Mi faccio la barca

Cari lettori, di solito mi piace parlare di cose concrete, che ho già provato con soddisfazione, ma stavolta vi voglio raccontare un mio piccolo sogno non ancora realizzato, e magari riuscirò così a mettermi in contatto con altri appassionati e ricevere dritte: sto per costruire la mia barca. 

Una barca vera, di quelle a vela che riesci a salirci in più di uno, oppure che puoi dotare di un piccolo motore per andartene in giro in libertà.

La mia barca autocostruita

Per prima cosa vi voglio parlare brevemente del tipo di barca che ho scelto io, di come ho intenzione di costruirla e dei motivi di questa scelta.

Per farvi un’idea di quello che dovrebbe essere il risultato finale, provate a cercare in rete la parola dinghy. Scoprirete che il termine deriva dal bengalese (e già questo è fortissimo) e che in generale i dinghy sono barche da portare dentro barche: sono originariamente barchette da trasporto, che vengono usate quando i grandi velieri arrivano nei porti e si fermano in rada. Naturalmente non possono accostarsi alla banchina per andare al mercato e fare rifornimento, per cui si mette in acqua un barchino, si rema fino a riva e via così.

I dinghy però in molti li usano come semplici barche da diporto, per girare sui laghi o in mare – mare calmo, direi – a vela, a motore o a remi. Sono barche piccole, con in generale delle linee semplici e naturalmente senza molto da costruire all’interno.

La mia barca in particolare – ops, non esiste ancora ma ne parlo come se fosse già qui! – si ispira parecchio al Mirror dinghy, una barca che ha una storia davvero particolare: è nata su stimolo di un concorso proposto dal Daily Mirror per progettisti. La rivista inglese voleva trovare qualcuno che inventasse una barca che potesse essere trasportata sul tetto di un’auto,  che fosse leggera, che andasse bene a vela e che fosse facile da costruire.

Io quindi ho pensato la barca partendo da questo spunto, naturalmente facendomi aiutare da una persona competente nel progetto vero e proprio, soprattutto perché ci sono dentro tutte le caratteristiche che mi interessano.

1. Dimensioni: il mio dinghy sarà di circa 3,3 metri (11 piedi) con parecchi gavoni per il galleggiamento. In pratica degli spazi vuoti chiusi, che quando la barca si ribalta fanno sì che non affondi

2. Peso ridotto: grazie al materiale in cui sarà costruita – poi ve ne parlo – avrà un peso piuttosto ridotto, cosa che assieme alle dimensioni contenute permetterà di piazzare la barca sopra il tetto dell’auto e portarla in giro, oltre che di spostarla a mano

3. Vele ben pensate: un piccolo problema delle barche a vela è che spesso l’albero è molto ingombrante. In questo caso l’armo, cioè in qualche modo lo stile delle vele, è fatto in modo che l’albero sia “pieghevole”, e quindi tutte le parti in legno dell’albero riescono a essere infilate dentro allo scafo. In inglese questo tipo di vele si chiama gunter rig

4. Spazio interno: per come la voglio costruire, questa barca avrà delle specie di panchette laterali, e in più ci saranno pure dei piccoli spazi per infilarci qualcosa. L’idea è quella di fare un po’ di campeggio nautico, ma vediamo…

Questo è un raduno di Mirror dinghy, barca famosissima in Inghilterra. La vela rossa è d’obbligo

Il metodo di autocostruzione della barca

Se avete già un minimo di esperienza con questa cosa, forse quello che sto per dire non vi sembrerà una grande novità, ma quando io ho scoperto per la prima volta questa tecnica io sono rimasto stupito: avevo sempre pensato che le barche, anche quelle piccole, si potessero costruire solo con quel plasticone brutto o usando pesanti fascioni di legno difficili da piegare.

E invece no, esiste la tecnica dello stitch & glue! È una tecnica che semplifica molto le operazioni di costruzione di barche, e consiste semplicemente nell’accostare e poi incollare dei fogli di compensato marino.

Si taglia il compensato marino (cioè compensato che è realizzato con colle speciali e che ha una ottima qualità di base dei legni) secondo delle forme indicate nel piano di costruzione, poi si collegano i lembi di ciascun pezzo di compensato usando del filo di rame fatto passare attraverso fori nei bordi del compensato (proprio come una cucitura) e poi si ricopre il tutto con fibra di vetro per dare stabilità e resina epossidica per impermeabilizzare.

Questa tecnica permette di risparmiare molto tempo, molti soldi e fa sì che non sia necessario costruire molte strutture accessorie per la costruzione della barca: in generale le strutture di sostegno sono ridotte al minimo.

 


Beh, diciamo che questa è solo un’introduzione all’argomento (a proposito: se volete una barchetta senza impegno, pensate a una canoa gonfiabile di cui ho parlato altrove).
Fatemi sapere se vi sembra interessante, magari continuerò a usare questo blog per parlare dei progressi nei lavori di costruzione!

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